Introduzione
Nel mio lavoro incontro spesso genitori pieni di domande.
C’è chi mi dice: “Mio figlio si muove sempre, non si ferma un attimo.”
Chi invece racconta: “A scuola va tutto bene, ma sembra tenere tutto dentro.”
E poi c’è chi semplicemente vuole capire meglio il modo in cui un bambino cresce, vive, si esprime.
La psicomotricità nasce proprio da qui: dalla voglia di ascoltare il bambino attraverso il corpo, il gioco e la relazione.
Non si tratta di correggere o analizzare, ma di accompagnare con attenzione e rispetto ogni tappa della crescita.
In questo articolo voglio raccontarti cosa significa fare psicomotricità, come si svolgono gli incontri e in che modo questo approccio può offrire valore, anche nei gesti più semplici.
Che cos’è la psicomotricità
La psicomotricità è un approccio che guarda al bambino nella sua totalità.
Non lo osserva solo nel movimento o nelle parole, ma in quel dialogo continuo tra il corpo, le emozioni e il pensiero.
In studio, ogni giorno vedo bambini che si raccontano attraverso il modo in cui costruiscono, saltano, si nascondono o restano immobili.
Un bambino che lancia una palla e poi guarda se qualcuno gliela rilancia non sta solo giocando: sta cercando una relazione.
In psicomotricità, il gioco non è guidato da regole rigide. Il bambino sceglie, esplora, prova. Io sono lì per osservarlo, accompagnarlo e creare con lui un legame fatto di fiducia e presenza.
Perché la psicomotricità è importante nella crescita
Crescere non è solo imparare a parlare o a leggere. Crescere significa sentirsi a proprio agio nel proprio corpo, riuscire a esprimere emozioni, sapersi fermare o lasciarsi andare al momento giusto.
Spesso, durante le sedute, vedo bambini che inizialmente si muovono in modo disorganizzato. Poi, col tempo, iniziano a creare, a restare, a trovare un proprio ritmo. È lì che si vede quanto il corpo sia legato al modo in cui il bambino vive il mondo.
I benefici che osservo più spesso sono:
- Maggiore consapevolezza e coordinazione del corpo
- Più facilità a riconoscere e regolare le emozioni
- Un miglior rapporto con se stessi e con gli altri
- Capacità di restare concentrati durante il gioco o l’attività
- Più fiducia nelle proprie iniziative
E la cosa più bella? Non c’è bisogno di “insegnare” tutto questo. Accade attraverso il gioco.
Quando proporre un percorso psicomotorio
Non c’è un momento giusto o sbagliato. Ogni bambino ha il suo tempo e spesso basta osservare con più attenzione per capire se può trarre beneficio da uno spazio psicomotorio.
Mi capita di incontrare bambini che faticano a stare fermi o a rispettare i turni nel gioco. Altri che sembrano più chiusi, attenti, ma non riescono a lasciarsi andare. In entrambi i casi, il gioco diventa una chiave: apre una porta che, magari, era solo un po’ socchiusa.
Ci sono anche situazioni di passaggio – come l’inizio della scuola, la nascita di un fratellino, un trasloco – che possono rendere il bambino più sensibile. La psicomotricità offre un luogo in cui può sentirsi libero di esprimersi senza dover spiegare tutto a parole.
Cosa succede durante una seduta psicomotoria
Ogni incontro dura circa 45 minuti.
Lo spazio è pensato per accogliere: tappeti morbidi, cuscini grandi, corde, palle, stoffe, costruzioni, materiali non strutturati. Tutto è lì per essere esplorato, scelto, trasformato.
Appena il bambino entra, osservo come si muove, cosa guarda, cosa ignora. Alcuni iniziano subito a correre, altri si fermano a osservare. Nessuno viene forzato.
Una volta, una bambina è rimasta seduta per dieci minuti senza parlare. Poi ha preso una stoffa e ha cominciato ad avvolgersi dentro, come in un bozzolo. Quel gesto, silenzioso e profondo, diceva molto più di tante parole.
Il mio compito non è dirigere, ma entrare nel gioco quando invitato, proporre quando serve, restare presente anche nei momenti vuoti.
È lì che spesso si crea la fiducia.
Come portare questa esperienza nella vita quotidiana
Mi piace pensare che la psicomotricità non sia “una cosa da fare in studio”, ma un atteggiamento da portare anche a casa e a scuola.
Quando un genitore ritaglia ogni giorno dieci minuti per giocare insieme, senza telefoni, senza aspettative, sta già facendo psicomotricità.
Quando un’insegnante accoglie il bisogno di movimento con creatività sta già usando uno sguardo psicomotorio.
Anche giochi semplici – come imitare i movimenti dell’altro, fare percorsi tra i cuscini, usare stoffe per travestirsi – aiutano il bambino a conoscere se stesso, il proprio corpo, le proprie emozioni.
Conclusione
Non sempre un bambino riesce a dire come si sente. A volte, però, lo mostra: come salta, come si blocca, come lancia un oggetto o resta immobile in un angolo.
La psicomotricità offre uno spazio in cui tutto questo può essere accolto e trasformato. È un modo gentile, profondo e rispettoso di accompagnare la crescita, partendo da ciò che il bambino già sa fare: giocare.
Se pensi che tuo figlio possa beneficiare di un tempo e uno spazio per sé, possiamo parlarne insieme.
Un primo incontro serve proprio per conoscersi e capire se questo è il percorso adatto a lui (e a voi).
